L’autobus


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Il sogno gli era apparso in tutta la sua completezza cromatica, e il ricordo lo alimentava. Erano gli anni degli albori della sua attività professionale. Dal palazzo degli uffici, vedeva quella piccola casetta, austera, con un cordolo di due metri di terreno che la incorniciava. Era inverno, fiocchi di neve, leggeri scendevano ad imbiancare i tetti e le strade.
Erano le diciassette e trenta e faceva buio. Dalla finestra di quella casetta vedeva una luce che illuminava una camera, lui supponeva che fosse la sala da pranzo o la cucina. Dal comignolo del camino, un filo di fumo (probabilmente della caldaia) saliva verso il cielo. Faceva freddo, anche in ufficio, a quell’ora il riscaldamento era già spento.
Lui si era appoggiato alla finestra e dalla luce dei lampioni, giù in strada, vedeva l’ammucchiarsi della neve. Un brivido serpeggiò lungo la schiena. Aveva freddo. Un freddo che entrava dai muri, dai vetri delle finestre, dalla strada. Appese il camice bianco, sull’attaccapanni, infilò il cappotto, prese l’ombrello e uscì.
La strada gli sembrava un enorme foglio bianco. La sue scarpe scrocchiavano nella neve. Gli sembrava di camminare su un terreno cedevole, un terreno amico, simile ad un prato. Camminando non sentiva il freddo che saliva lungo le gambe, che gli sferzava il viso. In fondo era inverno. Alla fermata dell’autobus, il ghiaccio dei giorni precedenti, formava uno strato compatto, sdrucciolevole. Faceva freddo e non si vedeva, in lontananza, l’ombra di un autobus. Batteva le mani, infilate nei guanti, sulle braccia e passeggiava avanti e indietro per riscaldarsi.
Sul corso i palazzi illuminati, le abitazioni, trasmettevano delle pozze di luce, di intimità. In alto, nel cielo, un aereo lampeggiava, con le sue luci stroboscopiche. Il cielo era terso, probabilmente, verso il mattino avrebbe nuovamente nevicato.
Era una intera settimana che nevicava e il freddo non accennava a diminuire. Ripensava curioso a quella piccola abitazione che vedeva dalla finestra dell’ufficio. A volte compariva una donna anziana che scuoteva i tappeti sul balcone. In altri giorni compariva un ragazzo, capelli scuri, dolcevita e il viso incorniciato dalla barba, che faceva una breve comparsa sul balcone, fumava una sigaretta, e poi rientrava subito all’interno.
Sembrava una casa dismessa, una di quelle che, terminata la progenie dei suoi abitanti, si avviava lentamente alla fine. Al suo posto sarebbe nato uno spicchio di palazzo come già era successo nella via. L’uomo batté i piedi sotto la pensilina per staccare la neve che si era depositata sulle scarpe. In lontananza la luce del finestrino dell’autobus si faceva sempre più grande. Presto sarebbe rientrato al caldo di casa sua. A questo pensiero un sorriso gli incorniciò il volto.
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3 risposte a L’autobus

  1. Rosemary3 ha detto:

    Un contorno visivo che sicuramente in questo momento alimenta un po’ di refrigerio! 🙂
    Stupendo racconto che come sempre avvolge e coinvolge!
    Ros

  2. jalesh ha detto:

    Sempre molto coinvolgente i tuoi racconti sono trascinanti, leggi e non smetteresti mai di leggere. Complimenti Rinaldo. bisous

  3. oddonemarina ha detto:

    ha ragione Jalesh… e vorrei che domani svegliandomi sentirei un bel fresco avvolta in vestiti di lana…. ma che caldo fa?

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