Jane


Lai dell’Ombra di Giada (Parte 2 di molte altre)

Non poteva fare altrimenti, dal momento che il sentiero non passava che per quel punto. Al termine dello stretto sentiero si trovò dinanzi a una radura di modeste dimensioni. Alte criniere di fiori rossi, gialli e viola si levavano intorno ad essa, e parevano quasi  circoscriverla in un morbido abbraccio di aromi. Il poeta attraversò per qualche metro lo spazio attorniato dalle gemme floreali, e i suoi palmi tastarono il loro frusciare florido come il manto di un prato inglese. Una volta giunto al centro della tiepida radura, il ragazzo si accorse con un espressione di lieta meraviglia che, in realtà, quello spazio circoscritto da motivi floreali nascondeva un altro sentiero, scolpito tra gli steli di migliaia di profumi. Prese a seguirlo, intonando un’andatura da esploratore. Acre dopo acre il senso di meraviglia pareva crescere in lui con la stessa velocità che poteva impiegare un’onda marina a riversarsi sulla riva di una costa scoscesa, finché, passato quasi un miglio di cammino, non giunse in una baia, ancor più riparata della radura di prima, la quale si affacciava su una sponda lacustre. Il poeta non poté trattenersi dal fissarne il dorso piatto e sonnecchiante, respirando lentamente una famelica impressione di pace e privilegio. E poi la rivide. Poco mancò che l’equilibrio gli mancasse. Il suo cuore rafforzò l’intonazione.
Per un minuto o due  rimase lì, in mezzo al sentiero, a mirare ammaliato la sorgente che l’aveva reso protagonista di un simile inciampo. Era una fonte che avrebbe potuto dissetare, con la sola sua presenza, il pianto irrisolto di qualunque malato, e nutrire deserti e farvi crescere diamanti lacustri e intere carovane ricolme di ricchezze dal valore inestimabile.
Il suo sguardo, vasta profusione di sentieri sempreverdi, echeggiava nella mente del poeta come un giardino alpino ricolmo delle specie botaniche più rare che mai la terra avesse potuto sperare di far fiorire.
Solo un artista poteva averla modellata, soltanto da un orafo quel viso tanto armonioso poteva essere stato cesellato. Il poeta non aveva dubbi al riguardo, e sospirò. Com’era bello rimanere lì ad intuire soltanto la forma di quel viso, cogliendone l’ombra ritratta come un segreto sul torrido selciato bianco. La fanciulla non aveva dato segno di averlo notato. Leggeva, la dolce, poggiata alla corteccia di una quercia, una raccolta di liriche trobadoriche in lingua d’oc. Accortosi della natura di quel libro, il poeta emise un gridolino, che tosto mutò in un colpo di tosse involontario. Il tono improvviso di quel sordo rumore fu tale che il capo reclinato della dolce fanciulla prese a raddrizzarsi e il suo sguardo ad alzarsi dal libro che teneva tra le mani (sfogliando le pagine come dita d’un ancella che rifinissero un tessuto) quasi fosse una reliquia d’oro o una sfera di cristallo. Il poeta non si scompose, seguitando a camminare fino alla riva della baia. Il suo volto si fece però tale e quale a una pietra confitta nel fango.
La fanciulla ne aveva osservato l’incedere con la mite curiosità che si prova nei confronti di un evento improvviso, il quale desti piacere di svago dall’attività che ci teneva in balia fino a quel momento. Dopodiché, mostratasi soddisfatta e appagata da quel piacevole diversivo, ritornò alla lettura.

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Non lo so che cosa vado a raccontare. So soltanto che ho qualcosa che mi andrebbe di esprimere, qualcosa che mi arde dentro e non mi abbandona mai. Questo qualcosa, forse, potrei chiamarla ispirazione di vivere, o soltanto inettitudine, o devianza attitudinale.
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7 risposte a Jane

  1. 65luna ha detto:

    Sempre piu’ coinvolgente. 65Luna

  2. jalesh ha detto:

    Si assapora meglio ad episodi…stupendamente scritto aspetto il seguito. Bravissimo

  3. orofiorentino ha detto:

    Letta così è davvero più bella e intensa, bravissimo

  4. Rosemary3 ha detto:

    Lettura scorrevole e coinvolgente, Stefano! 🙂
    Ros

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