Elisabetta


Mezzanotte.
Mezzanotte di una NOTTE appena iniziata, ma che sembrava non voler finire mai. Ancora una volta, il bambino, piangeva disperato, continuando a scalciare nella piccola CULLA accanto al lettone. Elisabetta lo guardava immobile, nella penombra che regalava la luna infiltrandosi tra le imposte, ed era combattuta sul da farsi. Nell’attesa di capire cosa provasse per quella piccola creatura, per cercare di sedare quel pianto acuto, abbozzò una filastrocca cantata.
Stonata.
Stonatissima.
Aveva infatti deciso di prendere lezioni di CANTO ma, poco dopo, nel bagno dell’ufficio postale dove lavorava, il test di gravidanza aveva spezzato ogni sua speranza per il futuro, rivelando che nel suo corpo stava crescendo il frutto di una delle svariate serate senza senso, riempite di sesso nel tentativo di elemosinare un amore e una compagnia che la facesse sentire meno sola. Meno insicura.
Il pianto tornò a spingerle sui timpani e interruppe i soliti pensieri che, dopo qualche secondo, ripresero…
Cosa le rimaneva adesso?
Un letto mezzo vuoto da un lato e, dall’altro, una piccola creatura che le aveva appesantito ulteriormente la vita. L’istinto materno (che sotto sotto aveva), le diceva di metterlo al suo fianco e addormentarsi abbracciandolo ma, la promessa che si era fatta a se stessa qualche anno addietro, non poteva essere spezzata. Era infatti una calda giornata di Luglio quando, il parroco, guardandola fissa nei suoi occhi da bambina, le diceva con un sorriso di stare tranquilla: “tuo padre, ora, è nel REGNO dei cieli, è finalmente sereno”. Ebbene, da quel giorno, si era promessa di non avere più legami con nessuno per non rimanerne delusa. Nemmeno con suo figlio, simbolo ingombrante del suo fallimento e squilibrio.
Elisabetta iniziò a sudare, quei ricordi le causavano attacchi di panico incontrollabili. La filastrocca le si bloccò in gola, come se le parole fossero più pesanti del fiato e tornassero nei polmoni bloccandoli. Nella sensazione di soffocamento che stava provando, le fu istintivo strappare la collana che aveva al collo, anche se non era quella la causa della sensazione.
D’improvviso il pianto del bambino si bloccò.
Elisabetta tornò alla realtà guardandolo, lo vide strabuzzare gli occhi e assumere una colorazione bluastra. Capì immediatamente che una PERLA della collana gli era finita in gola. Si alzò di scatto in preda al panico (quello vero) e cercò di fare il possibile per salvare la piccola creatura ormai quasi priva di sensi.
Ci riuscì, capovolgendolo.
L’istinto, prendendo il sopravvento alla ragione, le dimostrò quanto fosse importante per lei suo figlio.
Da quella notte, Elisabetta, porta al collo un sottile filo d’argento con infilata la perla che le ha donato una rinascita, libera di muoversi attorno al collo… proprio come lei, finalmente libera di amare.

Carlo Galli

Informazioni su Carlo Galli

Non ho niente da dire... o forse tutto... penso e scrivo, scrivo e penso. Preferisco di gran lunga far parlare i personaggi dei miei romanzi... loro sì che hanno sempre qualcosa di interessante da dire... loro pensano sempre... loro, forse, sanno vivere più di me.
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10 risposte a Elisabetta

  1. jalesh ha detto:

    Bello bellissimo ottimo inserimento delle parole guidate….fervida immaginazione…complimenti

  2. jeiemerwin ha detto:

    Complimenti, bellissimo…

  3. orofiorentino ha detto:

    Uno stupendo racconto che delinea una situazione al giorno d’oggi molto comune. Per fortuna il pericolo ha rimesso tutto nella giusta graduatoria.
    Bravissimo Carlo, mille complimenti

  4. Rosemary3 ha detto:

    Un racconto, frutto di indubbia fantasia fervida, con ottimo inserimente delle parole guida…
    Ros

  5. 65luna ha detto:

    Racconto molto ben strutturato, piaciuto! 65Luna

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