L’uomo alla finestra


Francesco mi aveva detto: «Devi venirmi a trovare, magari ci facciamo una pizza con Marisa e tua moglie e poi venite a vedere casa nostra.» Una sera ci eravamo ritrovati tutti e quattro con un piatto davanti, dentro a quell’ex officina trasformata in pizzeria. Marisa mi aveva raccontato una storia strana. Dall’aula dove lei insegna, tutte le mattine, al solito orario, vedeva nel palazzo di fronte la scuola un individuo affacciarsi ad una finestra, a volte fumava una sigaretta, altre volte stava lì immobile a guardare il nulla. La cosa andava avanti ormai da mesi, poi un giorno, quell’uomo era sparito. Ne aveva parlato anche con i ragazzi, con i suoi studenti, proponendogli un compito su quell’accadimento. Le supposizioni si erano accavallate in un elenco di ruoli di quel personaggio. Da partner di una relazione extraconiugale di una coppia clandestina, a guardone. Da un killer a un puscher o a un agente dei servizi segreti. C’era chi supponeva, che nei giorni in cui l’uomo non fumava, ci fosse addirittura un manichino appoggiato alla finestra. Il mistero era fitto. Ora, quell’uomo sembrava scomparso. Ed era scomparso dalla memoria di tutti gli allievi, meno in quella di Marisa. Poi eravamo usciti dal locale e c’eravamo recati a casa loro. L’abitazione su tre livelli aveva uno spicchio di giardino che, con qualche pianta, dava l’impressione di una continuità con la campagna. Nella mansarda, una gatta chiazzata color ruggine, dopo averci visto entrare nella camera, aveva lanciato uno sguardo di disapprovazione ed era scomparsa sotto il letto. Uscendo sul terrazzo della mansarda, dalle finestre delle case attorno si stagliavano, in controluce, le sagome dei loro occupanti. In una, in particolare, mi sembrava di vedere “l’uomo alla finestra”, ma la suggestione era durata soltanto qualche istante. Nel rientrare a casa, la massa scura delle cascine mi ricordava una storia, triste e struggente, che coinvolgeva quei luoghi, negli anni subito dopo il secondo conflitto mondiale. C’era un contadino che aveva un figlio pazzo. Il ragazzo, giocava nell’aia e probabilmente se ne stava tranquillo sino al ritorno dai campi del padre. Alla domenica, attaccato il cavallo al calesse, il padre lo portava lungo i sentieri dei campi e il ragazzo urlava, urlava… di gioia. La sera, la gente vedeva quelle figure sul calesse che si stagliavano nel delimitare dell’orizzonte, mentre rientravano alla cascina. Un giorno il ragazzo fuggì e lo ritrovarono all’imbrunire in un paese distante una ventina di chilometri da quella borgata. Da allora, quando il padre si allontanava al lavoro dei campi, lo chiudeva nella stalla. La gente del paese lo sentiva urlare disperato, e le urla si diffondevano in tutto il paese. Era una storia triste, e nel attraversare quella strada al bordo dei campi, mi sembrava di vedere quel calesse in lontananza, mentre la luna rischiarava la notte.

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7 risposte a L’uomo alla finestra

  1. jalesh ha detto:

    …Un racconto scritto molto bene…ma ..io personalmente, sarò ignorante a non aver capito, sono curiosa di sapere chi era effettivamente quell’uomo????

  2. tinamannelli ha detto:

    Sei proprio cattivello….. non puoi lasciarci in sospeso…chi era l’uomo? e il ragazzo che urlava…sarà forse il suo fantasma?…Ti fai leggere eccome…complimenti

    • rinaldoambrosia ha detto:

      Ma in effetti, come la presenza e poi assenza di quell’uomo ha suggestionato Marisa e i suoi allievi, vedendolo per mesi, giorno dopo giorno alla finestra e poi non più, questo fatto mi ha incuriosito…
      Poi , probanilmente ha semplicemente traslocato, ma il finale del racconto è aperto…
      un caro saluto

  3. orofiorentino ha detto:

    Interessante…devo pensarci e poi decido… 🙂

  4. oddonemarina ha detto:

    Mi associo a te Oro, non può lasciarci così?

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