20 luglio 2013


A Francesco Budicin, nonno e maestro illustre.

Nonno caro, tu non sai perchè
la sera il nome tuo riecheggi antico,
a casa come per strada,
come un invito, acceso tra le stelle,
e di notte albeggi il tuo sguardo
a dar legna agli abeti e frumento
alle campagne più lontane.
“Siete voi le mie colonne”,
ripetevi a noi nipoti, fiero e tanto
spesso che quasi mi convinsi
d’esser parte di un tempio tutto
nostro e presente, fatto di sterpi
e di cocci e di tiepide nozioni
che tu soltanto sapevi e narravi.
Sei sempre stato come la fiaccola
d’oro che guida il gregge, o l’uomo duro
e forte che tutto il mondo scuote
in un sussulto, e rasserena.
A un tratto, il tracollo, una nube.
L’impatto fu aspro ed atroce,
l’attesa inevitabile: fioco
come una vela soffiava
il tuo cuore, ma una fibra
tremenda che vibrava
di brama di vita t’incolse
e ti tenne aggrappato;
In clinica, nell’aria un tumulto
di resse e prescrizioni,
gemiti, lamenti, vagiti,
ti vidi dopo poco che già ti vedevo;
lo sguardo era offuscato,
ma sospetto, in quel mentre, tu fossi a pescare
nel mare, a Rovigno,
tana dei tuoi lidi idilliaci,
là dove fondasti
con Lucia la vostra stirpe.
Come bimbi poi fummo cresciuti
dai toni di celebri orazioni,
dove la fiamma del vivere era la prima
valida causa da perseguire.
La tua fiamma non è mai evaporata.
Neanche in quell’istante mortale dove
il corpo scarno ed esausto,
secco e raggrinzito,
l’esile collo a sostegno del capo
dal neonato cranio,
le ossa in rilievo, le gambe
ridotte ad un mucchio di ceppi,
lo sguardo ridotto a sospiro,
la bocca spalancata e le labbra
incrinate in un ultimo richiamo,
nemmeno
all’apparire improvviso del prete
con un libretto in mano, a fischiettare
arie non sue ed opache, nè tue,
come ad entrare in sala immoti uscirne,
nemmeno
all’avvertire dei singhiozzi e dei miasmi
degli astanti, tocchi di colori infusi
in un ansare tormentato,
nemmeno
nonno caro, al bacio che l’umide mie labbra
versarono sul tuo vigile viso,
colme di memorie e ammirazione,
rattrappite dal dolore,
ridotte all’orrore del dire parole e altro non dire,
la tua fiamma è mai evaporata.
Ho porto i miei omaggi al tuo scheletro senziente,
ed egli testualmente mi ha risposto
“Così è: più verde di un parto di piante.”
Arrancavi. Gridavi. A fiato spento.
Ho pianto. Ho pianto
quanto ho potuto,
ho pianto tanto,
a lungo,
finchè ho potuto,
non potevo non fermarmi.
Non avevo più lacrime per tenermi in piedi.
Poi ti ho preso il palmo e il calore del sangue
ha condotto in memoria i miei mali d’infanzia,
una decisa carezza del nonno e tanta pazienza
e giù, come un amo di lenza, il lieve calore
dal polso al cuore ai canali a te cari,
è stato condotto, per ivi sistemarsi
radunarsi in pioggia e pendula precipitare
come il belare di un’estrema nostalgia.
Tenerti la mano tra le dita,
tastare la sierra del palmo che sfocia
nel muro delle nocche che tu,
in un’ombra d’artigiano
nel buio della mano che scopre
la furia millenaria della vita,
nel gelo indecifrabile del fronte,
forgiasti in anni di intimi scavi,
di tetre solitudini ed altrettanti
balli e bevute e suonate,
dalla sera alla mattina,
quasi mai con aria contrita, ma gaia,
e questa era la vita,
la vita che tu trasmettevi a noi tutti,
un guizzo di lacci e di nodi e di reti,
mie sole movenze, belanti al tuo pensiero.
Con un inchino e parole stagnanti
fisso il tuo miraggio, ormato sul selciato
che hai pestato, insieme a noi, da pulcini.
La terra che fu perla nel grido dei tuoi occhi
patiti ora trema, per te, che sei morto
e che canti nel vento, e quel vento in un coro
difforme di suoni si scompone e ti plaude
e s’inchina alla tua corte.
Sei più forte della morte e della vita.
Hai sconfitto la morte e plasmato
la vita con i cocci del tuo cuore,
a noi l’hai poi trasmessa come draga
del mare per dei tenui naviganti.
Questo ancora lo sospetto: una volta
a riposo leverai quel tuo sguardo gigante
e dirai che le nubi sono via dalla volta
del cielo, e ridendo tirerai dalla voce
di tutti il sorriso necessario a vederti
ancora veleggiare.

Informazioni su stefanobu

Non lo so che cosa vado a raccontare. So soltanto che ho qualcosa che mi andrebbe di esprimere, qualcosa che mi arde dentro e non mi abbandona mai. Questo qualcosa, forse, potrei chiamarla ispirazione di vivere, o soltanto inettitudine, o devianza attitudinale.
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6 risposte a 20 luglio 2013

  1. Giovanni Monopoli ha detto:

    Tutto ciò che un affetto può generare per una persona adorata e amata
    Bravissimo
    ciao

  2. jalesh ha detto:

    Una stupenda dedica per il tuo nonno che ti ha insegnato e dato tantissimo…versi meravigliosi. Può essere orgolioso anche da lassù di questo nipote…bravissimo Stefano

  3. tinamannelli ha detto:

    Deve essere stato un uomo eccellente, bellissima dedica, si sente la tua pena e il tuo orgoglio di nipote.Il tuo caro è orgoglioso di te. Bravissimo…come sempre

  4. orofiorentino ha detto:

    Una dedica splendida piena di profondo amore. Ti abbraccio

  5. Rosemary3 ha detto:

    Dedica stupenda ad una person indubbiamente amata e che ha insegnato tanto…
    Complimenti, Stefano!
    Ros

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